110: SILENZI E CAMPIONI

Le persone intorno a me parlano poco.

Taciturno era Pierluigi, come già vi avevo raccontato: nel crearmi, l’artista si chiuse in lunghi silenzi, e gli unici suoni che ho saputo udire erano i fruscii del tessuto che prendeva nuova forma.

Non parlava molto nemmeno lui, l’uomo arrivato dal freddo. Timido, introverso, nel fondo dei suoi occhi azzurri sedimentava il gelo dell’inverno svedese, che l’ha temprato sin da bambino. Tuttavia, la sua non è mai stata una presenza passiva. Alto e prestante, il suo corpo emanava onde d’energia. Anche quando non impugnava la racchetta da tennis, avevi l’impressione che i muscoli si protendano sempre verso l’esterno, fendendo l’aria con colpi guerrieri.

Eravamo belli, siamo belli. Per lui mi sono impreziosita ancor di più: un’abbottonatura discreta, il colletto colorato e a contrasto, patch quadrangolari su petto e spalla. Nella teca sono circondata di silenzi, ma quando lui mi indossava qualcosa intorno a noi esplodeva. Lo stadio, i cuori dei tifosi, le urla delle ragazzine: ma cosa succede? Com’era diverso il mondo all’esterno! Veloce, soprattutto: sì, perché io e il campione biondo correvamo sempre, ci spostavamo sudando da un punto all’altro del campo. Un’unica pelle, la ricerca estenuata di un obiettivo. Vincevamo tanto, vincevamo quasi sempre. E quando accadeva, vedevo quegli occhi immalinconiti aprirsi, abbracciare il sudore e i segni sul volto in un’unica smorfia felice. Il suo corpo guizzava e strisciava sull’erba di Wimbledon per eruttare urla libetrici. Wimbledon, già. Che esperienza. Incredibile. Se ad una come me è concesso avere un rimpianto, bè, posso dire che mi sarebbe piaciuto visitare meglio Londra. Me lo promettevano di continuo, puntualmente venivo illusa. D’altronde, come avrei potuto? Ogni volta che tentavamo di abbandonare lo stadio in direzione della città, il taxi calamitava l’attenzione dei fan. Grida, cori, braccia protese. Tutte le mie fibre s’irrigidivano, lo proteggevo. Ci provavo, almeno. Il silenzio non mi ammantava più, la voce della folla occupava ogni angolo di spazio reclamando il suo nome. Björn, Björn.


ENGLISH VERSION:

110: SILENCES AND CHAMPIONS

People around me don’t talk that much.

Pierluigi was reserved, as I already told you. He created me silently, the only sounds I could hear were the rustling of the fabrics while I was getting a new shape.

The man from the North didn’t talk that much either. He was shy, introverted; in the depth of his blue eyes, the icy Swedish winter – strengthening him since his early childhood – lied.

Anyway, his presence was not passive at all. His tall, handsome body emanated waves of energy. Even when he didn’t wave a tennis racket, you had the impression that his muscles tried to stretch out, ploughing through the air with warrior smacks.

We were beautiful, we still are. I wanted to look brighter just for him: a discreet button arrangement, a colored collar, quadrangular patches on the chest and on the shoulder.

When I’m inside of my shrine I am surrounded by silence, but at those times, when he used to wear me, something exploded all around us. The stadium, the supporters’ hearts, the fans screaming: what happened? How different is the world from the outside! Especially fast, because when the champion and I were together, we always ran, sweating and moving from one point to another of the playground. An only skin, the continuous research of a goal. We often won, we won almost all the time. And when it happened, I see those melancholy eyes wide open, turning sweat and scars into a happy face. His body darted once more when it came to celebrate, sliding on Wimbledon’s grass to transform into a free scream. Huh, Wimbledon. What an experience. An incredible one. If a girl like me can be allowed to have some little regret, well, I would say I would have loved to visit London in a better way. How could I? Everytime we tried to leave the stadium trying to reach the city, our taxi attracted the fans’ attention. Screams, chants, waving arms. All my fibers used to tense up, it was my attempt to protect him. At least I tried. Silence wasn’t wrapping me anymore: the noise from the crowd filled the space, by claiming his name. Björn, Björn.

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