QUARANT'ANNI DOPO

Sulle porte d’ingresso del Centre Court di Wimbledon, Londra, è inciso un passaggio di If (1895), poema tra i più conosciuti di Joseph Rudyard Kipling. Recita "se sai incontrarti con il Trionfo e la Rovina / e trattare questi due impostori allo stesso modo", insegnandoci che l’equilibrio interiore è più importante di qualsiasi vittoria o sconfitta. Chissà se il 5 luglio 1980, mentre facevano il loro ingresso in campo, Björn Borg e John McEnroe l’hanno letto anche solo di sfuggita, o la concentrazione pre-partita non ha lasciato spazio ad alcun tipo di distrazione. Sono passati quarant’anni dalla finale, ma la sua forza epica è ancora vivida nel ricordo degli amanti del tennis. Borg, svedese, è il re: reduce da quattro vittorie consecutive proprio a Wimbledon, ha inventato lo stile del contrattacco dal fondo, e la sua stoica concentrazione lascia tutti esterrefatti. McEnroe, americano, è la giovane promessa: il mancino dal servizio di fuoco il cui temperamento ribelle fa parlare tutti i tabloid.
Se Wimbledon 1980 rimane indelebile è perché, per quasi quattro ore, nessuno può immaginare le sorti del loro duello. Il primo set è costellato di errori di Borg, sopraffatto da un McEnroe in forma smagliante che però non ricorda che lo svedese ha bisogno di tempo per carburare: il biondo si aggiudica infatti il secondo e il terzo set, rivelando la grinta che lo contraddistingue. Il set n. 4 è forse il più avvincente. Di apparente dominio svedese, vede McEnroe risvegliarsi di colpo, un leone che ruggisce e mette a segno una serie di colpi furiosi. La tensione è alle stelle, il giovane americano sente di avere la vittoria in pugno. L’ultimo set, il quinto, è una partita nella partita, dura ben 22 minuti. E si conclude 8-6 per Borg, che sembrava spacciato dopo un tie-break mortale. Ma non è così: ricorrendo al suo pezzo forte, il passante di rovescio, annienta alcune volée troppo timide di McEnroe. E vince.
Non riusciamo a udire le urla di gioia di Björn, la folla esultante è fuori controllo. Ma sappiamo di aver assistito ad un grande momento di sport. Una lezione. Cui non è insensibile nemmeno l’avversario americano, che nel 2010 dichiarerà al Telegraph: “non posso dire di aver avuto un poster di Borg in camera, ma di sicuro mi ha dato la spinta necessaria per entrare nel mondo del tennis sempre di più”.

Come Björn Borg, veste FILA anche la trionfatrice del torneo singolare al femminile, l’australiana Evonne Goolagong. Già regina a Wimbledon 1971, Evonne torna sui campi londinesi dopo la maternità, facendo storcere il naso ai bookmakers. Ma anche nel suo destino c’è scritta la parola ‘vittoria’, e in particolare sull’americana Chris Evert: incerta solo nel secondo set, Goolagong domina l’intera finale e vince, prima mamma nella storia dopo Margaret Court.

A Wimbledon 1980, FILA è sulla vetta del mondo. Ma a trionfare veramente, quel giorno, è lo sport, quello vero, che ha molto da dirci anche a distanza di quarant’anni.



ENGLISH VERSION:

FORTY YEARS LATER

On the entrance doors of Centre Court, Wimbledon, you can find a writing quoting a verse from If (1895), superb poem by Joseph Rudyard Kipling. It says ‘If you can meet with Triumph and Disaster / And treat those two impostors just the same’, teaching us that inner peace is more important than any win or loss. Who knows if on July 5th, 1980, before getting on the tennis court, Björn Borg and John McEnroe read it, even in passing, or their concentration couldn’t make room for distractions. Forty years after the tournament’s final, its epic strength is still vivid in the fans’ memory. Borg, the Swedish one, was the king: back from four consecutive victories right at Wimbledon, he had invented a personal way to play from the baseline, with his stoic concentration leaving everyone speechless. McEnroe, from the U.S., was the rising star, with his powerful, left-handed serve and that rebel attitude tabloids loved so much.
Wimbledon 1980 remains unforgettable because for almost four hours no one is able to predict how the match is going to end. The first set is characterized by numerous mistakes by Borg, who’s overwhelmed by McEnroe’s top form. But the American player does not remember that his Swedish rival needs time to get started. Borg wins the second and the third set indeed, taking out all the grit distinguishing him. Set n. 4 is maybe the most compelling one. Apparently dominated by Borg, it finds its real protagonist in McEnroe, who suddenly pulls off some furious shots. The final set, the fifth one, is a twenty-two minutes long match in the match, that ends up with Borg taking the lead again: thanks to a backhand, he wipes out some weak volées by McEnroe. He’s the final winner.
We cannot hear Björn screaming with joy, the exultant crowd is out of control. But we know we just witnessed a great moment in sport. A lesson. Something whose force is recognized by the American adversary too. ‘I cannot say I had a Borg poster in my bedroom, but he surely gave me the encouragement I needed to approach tennis in a proper way’.

As Björn Borg, Australian player (and winner of the female Great Slam in single) Evonne Goolagong wears FILA as well. Queen of Wimbledon in 1971, Evonne is back to London after her first pregnancy, despite of bookmakers’ disappointment. But her destiny is to win against Chris Evert: after a hesitant second set, Goolagong reigns on the whole final, becoming the first mum in history to win after Margaret Court.

At Wimbledon 1980, FILA is on the top of the world. But the real winner of that edition is sport, real sport, the one that still has something to say forty years later.

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